Libri con immagini e racconti da regalare: fiaba, natura, cibo

Arriva il Natale e sotto l’albero ho quattro libri da consigliarvi dove le parole dialogano con l’immagine e il libro è anche un oggetto da sfogliare e da leggere anche solo con gli occhi. Il merito di tre di queste pubblicazioni va a Töpffer edizioni di Oltre edizioni, una piccola casa editrice ligure che ha scelto di puntare su prodotti editoriali illustrati con una particolare attenzione alla cura di stampa. Ognuno dei libri che vi propongo vi offre visioni del mondo dove i linguaggi si mescolano dove la scienza dialoga con la fotografia, dove il disegno stimola la riflessione filosofica, dove viene offerta una riflessione sulla sostenibilità dell’essere e del dialogo tra Uomo e Natura. Per ognuno di questi libri ho dato un mio contributo scritto e si aggiunge alla lista anche il mio primo libro Favole della Notte.

L’ultimo libro che vi propongo si intitola Menù – Storie da Gustare della casa editrice Les Flâneurs Edizioni.

L’ALBERO (Compra), dialoghi tra fotografo e scrittore di Roberto Besana e Pietro Greco. Ad aprire il libro un mio testo sull’albero…..

Stralcio: “

Pianta bene i piedi per terra e tira con forza. Avanti!” Diceva mio nonno quando giocavamo con il tiro alla fune e mi faceva sentire un uomo. Non ero bravo, ma da allora ho imparato a tenere i piedi piantati a terra. Ora che son grande e robusto non ho più paura di fune e tiranti, anzi, le amache le adoro. Anche le altalene, però. C’è Elena che ride sempre quando dondola. Vedere la sua chioma al vento e sentire le sue risate confuse dal frastuono delle foglie è un incanto. Mi ricorda sua nonna Adele che aveva sempre la testa per aria, ma era solida come una quercia.

La sua famiglia ha messo radici in questo piccolo paese a fine Ottocento. Allora arrivavano tante persone dalle campagne e avevano piantumato un viale che portava dritto al centro al paese. Era un luogo vitale e pieno di gente impegnata in affari, nulla a che vedere con i silenzi che possono permettersi solo i composti viali dei cipressi. In autunno era meraviglioso vedere quella strada dall’alto della mia piccola collina e mi sentivo meno triste per tutto quel cader di foglie. Lo ammetto, non vorrei mai essere fragile come una foglia, ma tuttavia le invidio. Penso alla loro libertà di muoversi nel vento, mentre io, invece, sono sempre qui, immobile, a lavorare. (….)” Leggi

IL PAESAGGIO (compra) – Dialogo tra fotografia e parola. Questo libro è un omaggio a Pietro Greco scomparso mentre stava lavorando sul progetto del libro nel 2020. Per questa pubblicazione ho curato la scelta fotografica (foto di Roberto Besana) e scritto i testi dei singoli capitoli, compresa l’introduzione al libro, ma tanti sono gli autori di rilievo che hanno contribuito tra cui i recentemente scomparsi Piero Angela e Rossella Panarese ideatrice di radio3 Scienza.

Il libro è un dialogo tra fotografia e parola dove, ogni autore, lascia una propria impressione sulla relazione tra l’uomo e il paesaggio.

Stralcio del mio testo introduttivo:

Il mondo che ci circonda lo chiamiamo paesaggio. E’ per noi la scena su cui cade il nostro sguardo oltre la nostra dimensione più prossima, che sia il nostro corpo, la nostra stanza, la nostra casa. Il paesaggio è ciò che possiamo vedere da una finestra o ciò che contempliamo quando alziamo gli occhi verso l’orizzonte e cerchiamo di “andare oltre”.

Il paesaggio non si identifica con l’ambiente, la Natura, ma è una sua rappresentazione ed elaborazione. E’ lo spazio dove ci relazioniamo, è il Mondo intorno a noi, è la nostra coltura e cultura perché persino questa parola che immaginiamo così astratta e lontana dalla Terra è lì che affonda le sue radici, nel coltivare, dal latino colere, a ricordarci che tutto il nostro sapere nasce, infondo, dal piantare un seme.

E’ nello spazio del paesaggio che si consuma l’interazione tra l’Uomo e la Natura in quella visione dicotomica, che spesso viviamo erroneamente come contrapposizione, ma che è solo necessaria alla nostra semplificazione della complessità, perché noi non siamo comunque fuori dalla Natura (…)”

FAVOLE DELLA NOTTE (compra) Quaranta favole pensate per i grandi e per i piccoli con disegni di Francesca Magro, pittrice. Favole divertenti e filosofiche, sui numeri, sulle relazioni sociali, sulla ricerca di senso, sul tempo, sul sentimento.

Una delle favole del libro

IL GRILLO

C’era una volta un grillo che cantava e saltava da una parte all’altra di una stanza. La formica gli chiese perché non stesse fermo e zitto, mentre portava piano piano una mollichina di pane che aveva appena raccolto dal pavimento della cucina.

La mia anima è quella del cantatore – spiegò – è solo cantando che possono incontrare qualcuno ed uscire dalla mia solitudine. Così saltello di quà e di là cercando di farmi notare e di far arrivare lontano il mio canto.

Dicono che stanotte mi abbia sentito la figlia del fattore, mi ha ascoltato persino la gallina prima del gallo, ma nessun grillo è venuto a conoscermi e a farmi compagnia”.

Allora la formica si fermò dal suo lavorare e disse: “Come vorrei essere al tuo posto, io sono sempre circondata da un sacco di formiche come me, non ho mai pace, devo sempre lavorare per gli altri e devo stare anche muta mentre mi spacco la schiena”.

Arrivò il gatto che aveva appena finito un pisolino e si mise a cercare tra i piatti sul tavolo qualche avanzo della cena.

“Che ci fate voi due qui? – reclamò – questo è il tavolo e la casa del mio padrone e non avete diritto di prendere nemmeno le briciole!

Non fece in tempo a terminare la frase che arrivò il cane. “Chi sei tu a dettar legge a casa del mio padrone – replicò – sono io che lo accompagno tutte le mattine a lavorare, che controllo il suo gregge, che difendo la sua casa”.

A quel punto la formica prese la parola: “Vuoi dire che chi lavora ha più diritti di chi dorme e canta?”

Il cane non fece in tempo a replicare che arrivò il fattore. Il gatto subito corse a strusciarsi tra le sue gambe ricevendo una carezza, il cane si mise a scodinzolare ricevendo un osso e la formica entrò velocemente nel buco della sua tana. Rimase sul muro il grillo che con un balzo saltò fuori dalla finestra e salì sul ramo di una quercia.

Il fattore andò a dormire ignaro che, quella notte, aveva scongiurato una rivoluzione. Sarebbe bastato il canto di un grillo per mettere in dubbio alla formica che quella non era la sua vita.

Il grillo cantò tutta la notte e lo sentì persino la formica nei cunicoli della sua città interrata. A udirlo ricordò che quel canto non era di felicità e si sentì sicura e felice tra le sue sorelle.

Il cane, finito di sgranocchiare l’osso nella cuccia, si sentì rassicurato dalla presenza del gatto che gli teneva lontano il topo.  La figlia del fattore dormì serena quella notte, perché, in quel canto, sentiva la vita là fuori che l’aspettava e il grillo non poteva chiedere di meglio che attendere l’amore in compagnia cantando.”

MENU’ – Storie da gustare (compra) è a cura di Maddalena Castegnaro Guidorizzi e Teo de Palma e raccoglie, anche in questo caso, immagini di artisti e brevi racconti di scrittori che sviluppano un tema comune: il cibo.

Il libro si presenta come un insieme di ricette – racconto dove si esalta un alimento, dove questo entra nella storia tra tradizioni e simbologie.

In questo libro ho dato il mio contributo con il racconto “IL LIBRO DI RICETTE DI NONNO FRANCO” .

Uno stralcio della mia storia

Lievitava la pancia di Maria come un pane sotto un panno, come un seme sotto la neve ad aspettare il disgelo per dare alla luce un fiore. Io ero là a guardare sotto la sua gonna, tra i suoi seni gonfi che preannunciavano latte e l’amavo ancora di più perché era semplicemente vera e incredibilmente bella.

Facevo il cuoco di mestiere. Pochi soldi in tasca e tanta voglia di futuro. M’immaginavo a preparar banchetti da re, ma consumavo le mie giornate in una piccola cucina nella periferia di Napoli vicina al Vesuvio.

Maria faceva la sarta. Lavorava a casa e tra un orlo, una gonna e una cerniera trovavo tra i suoi maglioni sempre un filo, uno spillo dimenticato. Quando l’abbracciavo spesso mi pungevo, ma era la spina della rosa, era la piccola pena necessaria per perdermi tra le sue carni e rinascere uomo, dimenticando il lavoro e chi mi chiamava, in modo dispregiativo, “Ninuzzo”, mentre io mi sentino semplicemente Nino.

Ci eravamo sposati giovani, scappati da famiglie difficili ed eravamo disposti a tutto pur di avere la vita che volevamo lontana dai brutti ricordi che avevano segnato le nostre giovani vite.

Mi chiamavano Ninuzzo, un po’ dispregiativo, ma avevo lo stesso nome di mio padre, Domenico. Ero destinato ad essere di serie B rispetto a lui che mi era padre e boss di una piccola banda di malaffari e trafficanti di auto rubate. Io non volevo avere niente a che fare con lui. Già chiamandomi con un diminutivo mi avevano declassato ad essere l’eterno secondo, l’eterno “figlio di”. Che ci stavo a fare là dentro, in quella famiglia dove mia madre metteva un piatto di pasta al sugo sulla tavola e, se le scivolava una macchia di pomodoro sulla tovaglia, per lei erano botte? Non lo so.

Che ci stavo a fare… ditemelo voi come si può. E se si può. Mi sentivo nato per sguazzare nel sugo perché avrei preso tutte quelle belle polpette nel pomodoro e le avrei scaraventate una a una contro la porta della camera da letto di mamma e papà pur di non sentir urlare.

Lo sognavo di notte il sugo. Lo sognavo sulla tovaglia, sulle lenzuola, contro il muro, sul cadavere di Ciro che avevano ucciso poco distante dalla porta di casa mia per un regolamento di conti.

Mi svegliavo fradicio e freddo fino a quando non scoprii che potevo svegliarmi fradicio da uomo sentendo quel rosso nelle vene pronto a desiderare una vita là fuori possibile e diversa. Quando incontrai Maria mi ero appena tagliato i capelli alla moda (…)”


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