Emilio Tadini dalle immagini alla magie come in una fiaba

Emilio Tadini -Fiaba 1999 - 150x200Magie – Image è uno degli anagrammi preferiti da Emilio Tadini, il pittore e scrittore che non abbandona mai nel suo lavoro pittorico questa duplice veste. In quest’opera, però, il dialogo tra questi due linguaggi e segni diventa struttura portante dell’opera, tanto da suggerire spunti interessanti sul perché questo è un legame imprescindibile dal quale attingere magicamente il senso delle cose. Il senso della vita.

Si legge dagli appunti di Emilio Tadini:

“Nello spazio aperto dalla separazione originaria, quando il bambino si stacca dal corpo della madre, e lo si vede allontanarsi: in quello spazio posa l’aria che consente al linguaggio di respirare le parole chiamano la figura che si allontana dopo la separazione: cercano di chiamarla indietro. Le immagini ce ne riportano il simulacro, la figura. Parole e immagini sono gli organi della nostalgia. Il bambino sorride a ciò che ritorna. A ciò che vede ritornare”.

Ed eccolo il sorriso del bambino, lo vediamo sul volto dell’uomo che domina il quadro a troneggiare in quella parte di spazio chiamata “Magie” che fa da contraltare all’altro terzo della tela chiamato “Image”, lo spazio o luogo dell’immagine.

L’uomo è seduto sul nulla e indica la città davanti a lui disposta come una torre con in cima una bandiera.

La stabilità dell’uomo raffigurato non dipende da una sedia, da un sostegno esterno, ma da se stesso, è come se stesse seduto per magia. Appunto. Tuttavia si osserva un “corpo strutturale”, una sorta di esoscheletro costituito da un grembiule viola-azzurro, un colore simbolo di spiritualità. Tadini, quando dipingeva, indossava un grande grembiule legato sul retro, proprio come quello della figura. Questo grembo – creativo e ideativo appartiene chiaramente al mondo del pittore Tadini e forse ha voluto rappresentare un po’ se stesso e la sua molteplicità espressiva  sottolineata dai tanti cappelli che porta in testa (Tadini è stato pittore, scrittore, poeta, saggista, critico d’arte, giornalista).

Armato di questo “mestiere” osserva il mondo che ha davanti: la città. E’ quell’agglomerato di case sovrapposte, di finestre più o meno buie, brulicanti di vita e di storie che affascina l’artista . Per Tadini la città è il simbolo di tutte le edificazioni dell’uomo sia fisiche che concettuali.

Tadini è un indagatore dell’umano e forse per questo mette ai suoi piedi un topo,  l’animale che vive “al confine”  tra le tenebre e la luce, colui che fruga senza paura nei meandri più reconditi e, con intelligenza, passa immune tra un sopra e un sotto sentendosi appartenente sia al visibile che all’invisibile, al conscio che all’inconscio.

Nel mondo delle magie troviamo l’arte. Troviamo il “pittore” , l’”artista”. E’ lui che supera le proporzioni dell’umano come per avvicinarsi a Dio. Infatti, in quel cielo verde come un prato,  quindi più terrestre e rigoglioso che mai, in alto a destra, vediamo avvicinarsi la testa di un uomo con un naso da pagliaccio e una cannuccia in bocca che ha orecchie come ali che ricordano quelle dei cherubini. Da quella cannuccia forse esce l’aria e, in quella “distanza” (concetto elaborato in un famoso saggio da Emilio Tadini “La Distanza” edito da Einaudi), si forma magicamente la parola tanto quanto la vita. La vita, la parola e Dio fanno parte della nostra cultura, della nostra storia, della nostra nascita. Nella Bibbia si legge: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Il riferimento alla nascita della vita, al suo mistero e ai riferimenti religiosi/spirituali, in questo quadro, come in altri di Tadini, sono ricorrenti. L’artista non era un credente, ma un attento indagatore della spiritualità e della filosofia del vivere.  Ebbene in questo dipinto vediamo esattamente sotto la testa somigliante a un cherubino la città assemblata come una torre da ricordare la Torre di Babele. La leggenda biblica vuole che gli uomini, per salvarsi da possibili nuove punizioni divine come il diluvio, tentarono di costruire, a Babilonia, una torre molto alta tanto da occupare il cielo e avvicinarsi a Dio. Per questo Dio punì gli uomini distruggendo loro la possibilità di comprendersi e quindi di avere una lingua comune che era ciò che aveva permesso loro di organizzarsi e di edificare. La torre di Tadini non raggiunge il cielo. Termina con una bandiera in un cielo verde come un prato: rimane vicina alla terra. L’elevazione dell’uomo passa non attraverso la costruzione e la comprensibilità della lingua, ma dalla capacità di “invertarla” e “reinvetarla” come fa l’artista, tant’è che la figura seduta supera in altezza la torre. L’uomo senza creatività e senza magia resta a terra, seduto su una comoda poltrona dall’altro lato della città – torre raffigurata nel quadro, ignaro forse persino del potere del sogno che sopra la sua testa fa librare, privi di gravità, due uomini verso il cielo.

Questo mondo reale dove solo la magia, l’arte e la creatività elevano l’Uomo, poggia su un fondamento primario che è la parte bassa della tela: lo spazio dell’immagine.

La scoperta dell’inconscio ha contraddistinto tutta la cultura del 900 e Tadini ne approfondisce vari aspetti. Ritengo che in questo dipinto sottolinei che  il primo linguaggio dell’uomo sia l’immagine. E’ questo il linguaggio comune, quello “prima della costruzione della torre di Babele”.  Non dimentichiamo che Tadini era interessato al lavoro filosofico di Delueze che nell’indagare il rapporto tra arte, scienza e filosofia individuò, tra queste discipline, un filo conduttore comune: il bisogno di dare un senso al caos esistenziale, dove il linguaggio e la sua molteplicità di senso ne costituiva un elemento fondante. Tadini, pur essendo italiano, non si poneva problemi di contaminazione linguistica, né religiosa o culturale, così come avrebbero fatto sia Delueze che Joyce (altro scrittore che ebbe una notevole influenza sul lavoro di Tadini – vedi la lettura dell’opera “La camera da Letto” di Melina Scalise). Lui, da artista, elabora secondo un percorso non lineare, non sequenziale né gerarchico. Ama il caos e a conferma di ciò c’è un altro anagramma ricorrente di Tadini: Caos, Caso, Cosa.

In questo quadro trovo significativo che l’artista abbia scelto di far diventare la torre – città, una specie di cappello posto sulla testa del personaggio dominante la seconda metà del quadro, la cui tesa segna la divisione tra i due mondi, come tra i due linguaggi. E’ come una sottolineatura per dire che le varie lingue sono elaborazioni e costrutti del pensiero dell’uomo.

L’uomo dal grande volto che domina lo spazio dell’ “image”  (il volto è la prima immagine che l’uomo impara a riconoscere dalla nascita)  ha in mano un amo che si trova vicino alla parola “Image”.

E’ come se l’uomo andasse a pesca di immagini per poi racchiuderle  in uno scrigno chiuso a chiave, ovvero dentro di sé. Tant’è che sopra la marola “Image” troviamo chiaramente il disegno di una serratura. Questa caccia all’immagine è ciò che anima un universo in cui si arriva alla parola. Vediamo infatti una sorta di dialogo tra un uomo e un uccello, ma la figura dell’uomo con l’orecchino che domina questa scena dell’opera resta emblematica e vicina ad un altro ciclo del lavoro di Tadini, Saint Hamlet. Forse, in questo dipinto, lo anticipa, il personaggio sembra lo stesso. Il riferimento è ad un santo inesistente, Amleto, uno dei più famosi personaggi di Shakespeare in cui realtà, mondo dei morti e dei vivi si contamino fino a determinare il caos e la tragedia. In questo dipinto questa figura sembra un mago dal quale fuoriesce dalla manica un omino nascosto e porta sulla spalla un uccellino. Ma forse a Tadini non importava dare senso al mondo in cui regna ’immagine, quanto piuttosto enfatizzarne il non sense perché è il mondo sotterraneo, quello nascosto, quello inconscio. Oltre, sopra, e infine, tra “Image” e “magie” c’è un mondo:  basta un gioco di parole per passare da una parte all’altra dell’universo. Per chi ne coglie l’ironia, come l’artista, di questo se ne può consapevolmente sorridere e allora tutti le storie possono diventare fiabe, come il titolo di questo quadro.

Melina Scalise

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