I social e l’esternazione del dolore

Che una piattaforma social diventi uno strumento di esternazione del dolore è argomento discusso. C’è chi trova nel postare propri vissuti personali, intimi e di particolare sofferenza, una violazione dell’intimità e anche un danno verso terze parti che a volte ne sono coinvolte a loro insaputa.

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Nel nulla e nell’universo di Melina Scalise

Eppure, i tempi cambiano, ma non i modi in cui le persone hanno bisogno di superare le proprie angosce, il proprio dolore e persino gestire  la propria gioia.

Antropologicamente, in tutte le civiltà, il momento più intenso di dolore dovuto alla perdita di qualcuno che ci è caro prevede una cerimonia pubblica. Che si sia credenti o meno, si sente il bisogno di condividere, di piangere insieme. La stesse parole “condoglianze” e “congratulazioni” che usiamo spesso nei momenti di dolore e gioia sono espressioni di una condivisione, di una partecipazione al sentimento. Nel racconto, nell’esternazione dell’emozione, nel sentimento di empatia e di partecipazione espresso dagli altri, ognuno di noi trova la forza per gestire l’ondata emotiva che ci pervade il corpo e i pensieri.

Esistono momenti della vita, particolarmente forti e intensi che possono essere sopportabili (energeticamente tollerabili) solo se la propria vita torna a far parte di un senso più grande (Dio?), di un percorso comune (l’umanità). Pensiamo per esempio alla perdita di qualcuno che si ama o alla nascita di un figlio. E’ come se il corpo, quella parte di corpo che ci appartiene perchè controllato dalla nostra volontà, sentisse il bisogno di dilatarsi, di appartenere a un corpo più grande (forse materno?) in cui le proprie energie possano espandersi e diluirsi come fumi nell’aria fresca attraverso una finestra aperta verso il cielo.

I social non sono altro che un nuovo strumento di elaborazione di queste energie. Il bisogno di una platea, a volte è l’unica cosa che ci fa sentire vivi. Un tempo, quando si viveva in piccole comunità, ognuno conosceva la storia di tutti, eppure, c’era bisogno di manifestarsi, di rendersi riconoscibili anche a chi non si conosceva, per mostrare lo stato d’animo che dominava la nostra giornata o la nostra vita. Pensiamo per esempio al lutto, al vestirsi di nero, agli uomini che non si tagliavano la barba quando avevano perso un congiunto, ma anche all’abito da sposa o solamente all'”abito della festa”. L’esternazione attraverso l’abito era un far passare a tutti un messaggio chiaro del proprio intimo vissuto al fine di poter ricevere, in quel giorno, in quello stato, un trattamento particolare e l’unico di cui l’uomo può farsi autore: la partecipazione, la comprensione, l’empatia.

people-2564956_1280Pertanto, a tutti i detrattori delle piattaforme social come strumenti di condivisione dei momenti di estremo dolore e grande gioia si impone una riflessione. L’unica differenza rispetto a un tempo è che la persona può decidere in totale autonomia quando rendere pubblico il proprio stato d’animo (una volta, proprio perchè c’era una maggiore conoscenza reciproca – nelle piccole comunità – era più probabile che la diffusione di un lutto o di una nascita, per esempio, avvenisse attraverso terze persone). Nonostante questo, scrivere su un social del proprio momento interiore rimane un momento  intimo perchè l’esternazione di uno stato di sofferenza è sempre una manifestazione individuale di vulnerabilità, un mettersi a nudo, una ricerca di aiuto o semplicemente di partecipazione per ottenere qualcosa che in quel momento è necessario specie se parliamo di: “consolazione”.

Arrivare all’esternazione del sentimento è e resta un atto di forte volontà di superamento e di bisogno di gestire lo stato emotivo per ritrovare serenità (un equilibrio energetico).

Quando ci si trova soli in una stanza con i propri pensieri e davanti un computer non si perde percettivamente la sensazione di essere soli, quasi come un tempo, uno scrittore si metteva davanti a un foglio bianco. people-3330590_1280A volte è più facile riuscire ad esternare scrivendo su un social che guardando negli occhi qualcuno, a volte, non si ha bisogno della persona che si sta accanto o delle persone che ci sono vicine, ma proprio della platea, quella sconosciuta massa di umanità che ridimensiona la nostra vita, finanche le nostre paure e disgrazie e finalmente ci fa sentire piccoli, comuni, perduti tra gli altri e non unici nel dolore. Del resto un detto popolare diceva “mal comune mezzo gaudio”.

 

Melina Scalise (è vietata la diffusione del testo o parti di esso senza citare l’autore).

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SI È FATTO CARNE  (Francesco Tadini – Storie che lasciano il segno)

 

Il dolore si è fatto carne.
E’ un bambino che scalcia nella mia pancia.
Non esiste ninna nanna che lo possa calmare,
non esiste pianto che lo possa sfogare,
non esiste sonno che lo possa dimenticare.
Il suo seme è entrato nel mio ventre sprovveduto
E se ne è impossessato.
Si nutre del mio sangue, dei miei pensieri, della mia vita.
Mi consuma.
Penso al parto.
Penso a quanto tempo dovrò alimentarlo, gestirlo.
Penso al suo corpo.
Vive, si anima e si nutre.
Attinge linfa persino da gesti e parole: quelle degli altri.
Non è come un figlio che prende solo da te.
Non ci dialogo, non lo accarezzo quando tocco la mia pancia.
Non condivido con lui i pensieri,
non ci fantastico, non penso alla sua culla,
né al suo sorriso, né a se mi somiglierà.
Lui è altro da me ed è anche parte di me.
Lui mi butta dentro anche quello che sta fuori.
Mangia i silenzi,
mangia gli sguardi mancati,
mangia gli umori degli altri,
mangia le parole assassine,
mangia i movimenti fasulli,
mangia gli sguardi curiosi,
mangia i giudizi gratuiti,
mangia le condanne immotivate.
E’ onnivoro come un maiale.
Come una scrofa genera figli
con chiunque e per chiunque,
ma questo ciclo di nascita  e di morte
è dentro la mia pancia,
in un tempo senza storia,
in un tempo che non ha lancette,
né giorni o settimane.
La luce.
A quando la luce?
Quando urlerò per espellerlo?
Quando spingerò per allontanarlo da me?
Quando gli taglierò il cordone e nel sangue
vedrò finalmente i suoi occhi?
Ne avrà mille di occhi, lo so.
Quelli dei vicini di casa,
quelli del barista all’angolo,
quelli del fratello e della sorella,
quelli della madre e dell’amica,
quelli che gli occhi me li hanno fatti sentire e non ne ho mai visto il colore.
Mi toccherà abbracciarlo questo dolore.
Mi toccherà toccarlo.
Mi toccherà accudirlo.
Mi toccherà trasformalo.
Allora gli toglierò gli occhi uno a uno.
Gli cambierò le mani.
Gli strapperò i capelli.
Gli taglierò le gambe per non farlo camminare.
Gli prenderò la bocca per poterlo baciare.
Un giorno ci passeggerò e con lui al mio fianco sarò fiera.
Gli altri lo guarderanno e sapranno vederne solo l’orrore.
Io no. Io restituirò loro il figlio che loro mi hanno inseminato nel ventre.
Lui sorriderà a me e spaventerà loro.
Lui sarà la loro coscienza.
Lui sarà il mostro che si è fatto carne.
di Melina Scalise (E vietata la diffusione del testo senza citare l’autore)
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3 risposte a "I social e l’esternazione del dolore"

  1. in effetti se trovi qualcuno che soffre viene naturale accuddirlo e raccagliore il suo dolore ma avvolte mi chiedo se con questo lo aiuti o lo continui a farlo soffrire

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