La stanza del figlio raccontata a Spazio Tadini

La famiglia e l’economia è cambiata e con lei la casa. Basti pensare alla scarsa privacy delle case quando l’economia agricola era dominante in cui le stanze erano tutte comunicanti e genitori e figli dormivano spesso nella stessa stanza, oppure all’abitare operaio nei villaggi, ai primi condomini con le case di ringhiera, alle case del boom economico e demografico degli anni 60 quando in Italia si costruivano grandi condomini che si affacciavano su cortili comunque concepiti come spazi di aggregazione e luoghi di gioco per i bambini. Oggi, in quei cortili non è più consentito giocare, ma proprio in quegli anni nasceva l’esigenza di creare nell’habitat domestico una stanza deputata ai figli e in grado di ospitare i loro amichetti. Un luogo che trova le sue origini lontane nelle case dei nobili che destinavano alla nutrice e ai bambini un’ala dell’abitazione. Ma negli anni del boom demografico la nutrice non esiste, più, al massimo arriva la baby sitter ad ore e si costruisce un nuovo rapporto tra genitori e figli.

L’introduzione nello spazio domestico della stanza del figlio si sviluppa tra gli anni 60 e i 70 è diventa un’entità fisica e mentale a cui è stata data un’importanza rilevante: da una parte ha contribuito a far elaborare ai genitori il distacco dal figlio fin dalla tenera età e dall’altra ha offerto ai figli uno spazio evolutivo di crescita, da cambiare in base alle varie età e sperimentazione in autonomia secondo le nuove concezioni pedagogiche. Per la progettazione di questo spazio ebbero un  ruolo importante gli studi di psicoanalisi nei primi del Novecento, nonchè, in Italia, il riferimento pedagogico dato da  Maria Montessori che nel 1907 progettò La Casa dei Bambini. Condividendo l’età strategica per lo sviluppo il periodo tra i 3 e i 6 anni di età, Maria Montessori sottolinea l’importanza fondamentale dello spazio e del movimento in quanto quest’ultimo indispensabile per la crescita evolutiva così, come del resto, aveva insegnato anche Piaget, in relazione ad altri contesti individuando la coazione a ripetere (la ripetizione del gesto) e il processo imitativo.

Sulla base di questi studi gli spazi adibiti ai figli venivano concepiti come luoghi in grado di offrire ricchezza di stimoli, dai colori, agli arredi, ai giochi, con possibilità di movimento e di sperimentazione. La “disciplina” era solo al passo successivo e mai prioritaria rispetto al fare e sperimentare. Negli anni 70 gli italiani passano da un concetto educativo basato sulla punizione, come la sberla, la bacchettata del professore, l’essere messi in ginocchio sui ceci e altri “semplici” torture” a rivendicare la libertà espressiva e creativa incentivando il processo imitativo delle attività dei grandi. All’epoca i giochi tra maschi e femmine erano molto marcati e stimolavano l’imitazione degli adulti in relazione all’appartenenza sessuale. Le bambine giocavano con le bambole, cucinavano, facevano il bucato, cucivano, etc, mentre i maschietti giocavano con le macchinine, le biglie, al ferroviere con i trenini e nei momenti di socializzazione prevalentemente all’aperto (negli anni 70 il pic nic del fine settimana non aveva nulla da invidiare a quelli degli attuali sud americani all’Idroscalo) i giochi erano la corda, l’elastico, nascondino, mosca cieca, bandiera etc che incentivavano il gioco a squadre, la competizione, ma anche al canto corale.

Per sottolineare lo spirito con cui si pensava ai “piccoli uomini” del tempo ecco quanto scrive nel ‘71  Bruno Munari che progetta l’Abitacolo, un letto a castello in metallo per i ragazzi: “E’ un abitacolo, appunto, costituito da un telaio in acciaio elettrosaldato, corredato da un letto e accessori vari in materiali diversi. E’ un posto dei giochi, del sonno, di studio e di svago, un ‘hortus conclusus’ infantile, trasformabile a piacere […] E poiché è una struttura, è pure facilmente smontabile, pronta ad assumere una nuova veste, correndo dietro alla fantasia… E’ una struttura ridotta all’ essenziale, uno spazio delimitato e allo stesso tempo aperto… E’ un modulo abitativo, un habitat, contiene tutti gli oggetti personali… Uno spazio nascosto in cui la presenza del bambino rende superflui i mobili, su cui la polvere non sa dove posarsi. E’ il minimo ma da il massimo. Numerato ma illimitato. L’habitat diventa l’ambiente adattabile alla personalità dell’abitante. Pesa 51 chili e può portare anche venti persone”.

La casa dell’epoca dà alle famiglie la privacy quasi fino all’anonimato, specie negli anni 80. Nei grandi condomini si perdono i balconi comuni, le cosiddette case a ringhiera, con queste anche il bagno comune, si viene accolti nelle anticamere, la cucina viene separata dalla sala da pranzo e dal salotto e le camere da letto hanno accesso dai corridoi. Lo spazio del cucinare era dedicato alle donne e nel decennio successivo viene introdotto nelle case anche lo studio come spazio dedicato ad attività prevalentemente di lettura e ascolto musicale o al tempo libero per uomini. I bambini stavano nella loro cameretta e la loro socializzazione passava da luoghi all’aperto e liberi a spazi chiusi e organizzati come palestre, doposcuola etc. I giochi lasciano spesso il posto ad ore davanti alla Tv dei ragazzi che offre cartoni animati e programmi dedicati in tutte le ore del giorno. I momenti di socializzazione tra bambini diventano più passivi, il movimento negli spazi dell’abitare viene spesso represso per non arrecare fastidio ai vicini. In casa si vede la tv insieme o si gioca ai primi videogiochi o al computer.

Dagli anni 90 lo spazio nelle case tende a ridursi sempre più e l’abitazione è sempre più rifugio e luogo di servizio e meno spazio di socializzazione. I genitori spesso lavorano entrambi, i figli tornano a casa nel tardo pomeriggio, la cucina si anima solo la sera e la donna rifiuta sempre più l’essere “segregata ai fornelli”. La cucina si apre sul soggiorno. Ai fornelli arrivano anche gli uomini. “Chi arriva prima cucina” e “Con Nelsen piatti i piatti li vuol lavare lui” e questa rivoluzione domestica avveniva mentre intanto si guardava la televisione. Il living, come dice la parola stessa, diventa il luogo vitale dell’abitazione in cui la famiglia cerca una nuova socializzazione anche intergenerazionale. Tuttavia, l’avvento del computer sposta lo spazio dei ragazzi dal salotto con televisione alla loro camera dove è collocato il computer di studio, di gioco e di socializzazione tra coetanei.

Intanto alla fine degli anni 90 la famiglia cambia, si disgrega, i divorzi aumentano e la stanza del figlio diventa nomade: un pò da mamma e un pò da papà modificando il senso di appartenenza ai luoghi di un’intera generazione che, in cambio, riceve il grande dono di essere obbligati a maggiori adattamenti relazionali che corrispondono a corrispettivi cambiamenti degli spazi e della privacy. Tant’è che spesso, visti i costi elevati delle case e i ridotti introiti di genitori single si assiste al fenomeno della perdita della stanza del figlio e di guadagno di un lettone comune che rischia di far perdere anche gli “spazi mentali” di separazione genitori e figli e crea nuove compensazioni affettive a rischio dipendenze (vedi studi della psicoanalista Laura Pigozzi “Mio figlio mi adora”- 2016).

In una casa dove i costi al metro quadrato sono alti gli italiani hanno dovuto fare delle rinunce. Tra le prime esclusioni troviamo l’assenza dei corridoi e dei balconi, poi degli sgabuzzini tradizionali sostituiti dai soppalchi, l’eliminazione dello studio con la ricerca di una cabina armadio o meglio ancora di un secondo bagno, il recupero di sottotetti o comunque spazi soppalcabili per sfruttare ogni centimetro quadrato, la ricerca di arredi trasformabili specie per la stanza dei ragazzi.

Il luogo dove dormono i figli negli anni 2000 diventa una stanza double face: di notte tradizionale, di giorno, a letti chiusi, uno spazio fruibili per lo studio e per brevi momenti di socializzazione con i coetanei. Tuttavia l’attività di aggregazione sia per gli adulti che per i bambini e i ragazzi si è spostata sempre più in strada e nei locali tanto quanto il momento del pranzo che ha perso il rituale e quotidiano aggregarsi prevalentemente serale in seno alla famiglia per essere consumato, specie durante la settimana, anche in strada. L’apericena metropolitano completa la trasformazione trascinando sempre più i teen ager fuori dal contesto famigliare e dalle mura domestiche.

La street art entra in casa a personalizzare anche gli spazi abitativi, specie quella dei ragazzi e la privacy si perde favorendo l’accesso a casa attraverso la rete con webcam e similari dove ognuno può condivide il proprio spazio abitativo virtualmente con chi desidera a distanza.

L’aumento di single trasforma spesso intere abitazioni in luoghi di convivenza tra giovani. La stanza in appartamento ad affitto temporaneo diventa una nuova forma dell’abitare anche fino ai 30 anni e la cucina, il salotto e, spesso anche il bagno, diventano territorio comune di socializzazione e di condivisione dei servizi. L’unico habitat a cui l’uomo contemporaneo ambisce fin dall’infanzia come bene primario è dunque la camera da letto. L’autonomia economica dei figli diventa sempre più difficile e anche quando vanno fuori casa a studiare o a cercare lavoro in un’altra città si portano dietro questo bisogno spaziale e abitativo che hanno consolidato nel tempo: la stanza. Di fatto la “stanza del figlio”. E’ questo l’unico luogo intimo dell’individuo in giovane età nella società contemporanea a sottolineare che la mancata indipendenza economica dei giovani li costringe ad essere perennemente “figli” se non di padre o di madre, di questa anomalia sociale contemporanea che lamenta la natalità zero degli italiani.  Fa riflettere anche l’ultima tendenza del momento di inserire non solo il bagno, ma la vasca da bagno a vista in camera da letto. Una moda per lo più lussuosa che lascia passare il messaggio, non solo per la coppia, ma anche per i single che la stanza da letto sia oggi l’unico vero spazio privato di una casa in cui l’individuo può esercitare potere su se stesso, misurarsi con il suo corpo, con il suo spazio, con la propria natura.

 

Come cambia la casa degli italiani

 

Fino agli 60

Si predilige l’appartamento costituito da cucina abitabile, bagno, corridoio e stanze da letto. I mobili erano prevalentemente in legno con preponderanza di marroni. Si prediligevano piastrelle e anche di colori diversi da una stanza all’altra e i pavimenti di marmo.

anni 70

In tutte le case entrano elettrodomestici come la lavatrice, il frigorifero, la lavastoviglie. Entrano in casa nuovi materiali come la plastica, la formica, il truciolato. Subentra il colore dagli arredi alle tappezzerie. Va di moda la mouquette.

Anni 80

Si chiede la possibilità di avere uno studio in casa stanza dedicata alla lettura, all’ascolto musicale o al lavoro. Inizia l’era della casa minimalista bianco e nero.

Anni 90

Nasce il Living : si eliminano i corridoi per una migliore economica degli spazi e per incentivare l’uso comune del soggiorno – cucina. La zona notte viene dotata di un ingresso- anticamera.

Anni 2000

La cucina entra ufficialmente in salotto rendendo il momento della preparazione del cibo occasione principe di socializzazione. Di fatto toglie dall’isolamento chi opera ai fornelli e resta partecipe alle conversazioni con gli invitati. In qualche modo, toglie definitivamente il ruolo di “servizio” anche alla figura addetta a questo compito. Se si pensa che in tutto il 900 era un ruolo attribuito quasi esclusivamente alla donna – casalinga la cucina in salotto è la conferma di un cambiamento radicale dei costumi.

Scompare la stanza studio spesso dedicata alla lettura, all’ascolto musicale o al lavoro grazie al progresso tecnologico

Scompare la stanza ripostiglio per dare spazio alle cabine armadio e ai controsoffitti dove riporre.

Si richiede in appartamento un secondo bagno.

Ritorna il colore.

Le case con soffitti alti tendono ad essere soppalcate.

La casa può diventare autonoma dal punto di vista energetico e domotica.

Secono i dati di Immobiliare.it per 6 milioni di italiani solo 18% degli italiani cerca una casa col balcone perché non c’è più tempo, dicono, per fare manutenzione.

Secondo i dati Istati riferiti al censimento 2011 un terzo dei cittadini italiani vive in quattro stanze, un quinto in cinque stanze, un sesto in appartamenti con più di sei stanze. Pertanto solo il 12 per cento dei residenti sembra vivere in mono e bilocali.

Melina Scalise

(diritti riservati si prega di citare la fonte in caso di citazioni)

Visita l’esposizione sulla storia della nascita della Cameretta per i ragazzi durante il Furoisalone 2017 alla Casa Museo Spazio Tadini fondata da Melina Scalise e Francesco Tadini in memoria di Emilio Tadini dal 1 al 16 aprile 2017 Entra nella stanza di Van Gogh (vedi)

 

 

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