Emilio Tadini La carta e il segno

LA CARTA E IL SEGNO

di Melina Scalise

in occasione della mostra alla ex Fabbrica delle Bambole (2011)

Emilio Tadini ha realizzato tantissime opere su carta e questo non stupisce dal momento che è la carta la materia principe e originaria su cui lui si è espresso come scrittore e come pittore.

Il suo studio, ora trasformato in uno spazio espositivo in seno al centro culturale Spazio Tadini, fondato dal figlio Francesco e da me, in suo memoria, era pieno di fogli ricchi di appunti, di disegni abbozzati, di block notes che tradivano le sue “distrazioni ” durante conferenze e congressi, dove a piè di pagina o tra le righe spuntavano disegni di figure abbozzate, oggetti, personaggi, riflessioni o anche solo parole, per cogliere uno spunto, per fermare un attimo, per non dimenticare un’emozione.

Emilio Tadini era sempre in viaggio, tra una parola e una figura, tra un racconto e un quadro.

I suoi disegni, tanto quanto i suoi quadri, sono espressione tangibile di questo suo continuo movimento. Nessun personaggio o cosa raffigurata nei suoi lavori è immobile. Ognuna è parte di una scena dinamica che non cessa di raccontare nemmeno quando, con il nostro occhio, si supera il margine del foglio. Anzi, per Tadini il margine non esiste;  ciò che circoscrive nella sua tela o nella sua carta è chiaramente un frammento di un continuum, una parte del racconto. Spesso i suoi oggetti e le sue parole, incastonate come pietre preziose o come indizi di enigmi o soluzioni possibili, vanno al limite del margine e oltre. Una tecnica di composizione che invita chi guarda a vedere oltre, dove non c’è il segno dell’artista a leggere,  interpretare, sottolineare. Tadini, da maestro, offre lo spunto e poi lascia l’osservatore proseguire il suo lavoro in una dimensione che non appartiene più né al colore, né alla tela, né alla carta, ma al pensiero. Egli stesso dedica un libro “L’Occhio della pittura” (ed. Einaudi), proprio all’osservazione delle opere e parla della relazione con l’oggetto in un intenso saggio su “La distanza” (ed. Einaudi).

Credo che nessuno, dopo aver osservato un quadro di Emilio Tadini, si sia allontanato senza aver ricevuto una suggestione, un interrogativo,  un’emozione e senza aver sentito il bisogno di proseguire, con la propria immaginazione, al completamento della scena raffigurata. Perché è di scena che si parla, anche quando si osserva un disegno su un foglio fatto di pochi tratti, di cenni di colore, di personaggi privi di gravità e di tempo, o anche solo di parole e cose. I lavori di Tadini hanno delle vere e proprie regie teatrali, dove nulla è lasciato al caso, dove esiste sempre la percezione di un dialogo tra i personaggi e persino tra le cose, dove anche un tratto di matita appena accennato, un segno che sembra una sbavatura o una cancellatura, danno l’idea della costruzione, del percorso temporale, del divenire sempre e comunque delle situazioni, dello scorrere della vita.

Le sue opere abbondano di personaggi improbabili con mani spesso additanti, quasi accusatorie, sguardi interrogativi o distratti da nasi rossi, mentre gli oggetti, quasi sempre del quotidiano, interagiscono con loro in contesti e luoghi del vivere  più o meno possibili per alludere a denunce manifeste o celate. Le composizioni sono irreali con proporzioni e prospettive aeree e sovrapposte tipiche del racconto onirico.

La dimensione dominante dei quadri di Tadini è quella del sogno, svelando il suo interesse per il linguaggio dell’inconscio, ma soprattutto la sua passione per la ricerca sul linguaggio. Ne sono un esempio palese le sue sculture in metallo, dove infila nei vasi “fiori di parole”.

La figurazione fiabesca dei suoi dipinti è uno strumento di comunicazione molto forte, tale da raggiunge un pubblico di ogni fascia d’età e da restituire all’adulto un punto di osservazione e critica del reale fatto di giochi, ironie e paradossi che abbassano le forzature della razionalità. Una scelta di rottura degli schemi e dei costrutti concettuali e degli stereotipi che diventa esplicita anche nel suo ultimo romanzo, Eccetera (ed. Einaudi), pubblicato post mortem. In questo libro, attraverso l’uso di un linguaggio quasi totalmente privo di punteggiatura e ricco di modi di dire della lingua parlata e del gergo giovanile,  racconta un’avventura vissuta da un gruppo di ragazzi alle loro prime esperienze di vita. La capacità di un Tadini maturo di entrare nella freschezza di una comunicazione tra adolescenti è sorprendete. Un risultato reso possibile da anni di attento lavoro sulla società e sui costumi, tale da aver fatto di lui un artista completo estremamente attuale,  con tante intuizioni e idee ancora da scoprire e da valorizzare.

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