La questione culturale a Milano dopo l’occupazione di Macao. Considerazioni sull’incontro nell’area ex Ansaldo organizzato dal Comune invitando tutte le associazioni culturali come Spazio Tadini.

Come tante associazioni culturali milanesi, questa sera sono andata all’incontro organizzato nell’edificio ex Ansaldo dal Comune con l’assessore Boeri a seguito delle proteste di Macao sugli spazi dedicati alla cultura nella città di Milano. In una sala enorme e dall’eco fastidioso, trovo poco più di 300 persone pronte ad ascoltare. L’invito dell’assessore e del Comune è quello di dare inizio a delle giornate di confronto con i rappresentanti di tutte le realtà culturali milanesi dal 9 al 19 giugno in quella sede, per raccogliere idee e suggerimenti su come utilizzare gli spazi. A turno si susseguono i primi interventi, fino a quando non viene data la parola a uno del gruppo Macao che precisa di non essere un rappresentante e, forse per questo, ovvero per evitare interpretazioni del pensiero comune, legge da un notebook Apple il comunicato stampa condiviso.

Poche parole, ma lapidarie. Che si sintetizzano in: Macao rifiuta l’incontro, Macao non dialoga con gli altri in sala perché ha una riunione in corso, Macao rifiuta l’ex Ansaldo perché non vuole spazi già ambiti da altre realtà, Macao non vuole essere una delle tante associazioni, ma il nuovo, Macao ritiene di dare spazio alla vera espressione democratica partendo dal basso.

I partecipanti alla riunione restano senza parole. Il pubblico si divide e l’assessore Majorino contesta subito la mancata partecipazione, ritenendola un mancato riconoscimento delle istituzioni e di tutti i rappresentati delle altre realtà culturali. Poi interviene il musicista Enrico Intra, con i suoi più di 30 anni di lavoro in ambito culturale e musicale ricordando l’importanza della condivisione e del lavoro di tanti che da tempo lavorano portando e facendo cultura in città. Infine, prende la parola Dario Fo, il nostro premio Nobel, che aveva messo la sua faccia nella piazza con Macao e ricorda al movimento l’importanza delle idee, del saperle esprimere senza leggere da un computer, ma guardando in faccia le persone e di saperle discutere e condividere senza andarsene snobbando i presenti.

Dopo questo esempio di “democrazia” e partecipazione alla crescita di una città torno a casa e leggo on line gli articoli sui giornali. Il protagonista resta Macao, insieme a Dario Fo. Ma che ne è della cultura per la città? Non una parola, non un’intervista al pubblico presente all’incontro, a quel pubblico fatto di addetti ai lavori, di persone che lavorano per la cultura e aspettano un aiuto per rilanciarla a Milano, ma anche in tutto il Paese. Nessuno che riporti di cosa hanno bisogno, nessuno che si interroghi sulle loro aspettative, sulle loro difficoltà quotidiane. Tutta l’informazione rimane in superficie. L’idea proposta dal Comune grazie allo stimolo di Macao, ovvero di aprire un dialogo più diretto con le associazioni del territorio per 10 giorni, non viene per nulla approfondita, commentata, presa come fatto nuovo. A fare il protagonista della notizia c’è il “marchio” Macao e non i progetti. Sarà l’effetto dell’era della comunicazione o del marketing? Resta che di quel centinaio di persone che si sono scomodate da più parti della città per raggiungere nelle ore di punta l’ex Ansaldo non c’è una parola ovvero sono nessuno. Eppure sono loro gli artisti, i musicisti, gli attori, i danzatori, i gestori dei centri culturali della città che da anni faticano con poche lire a tenere viva la città, ad offrirle stimoli, a creare anche piccoli e precarie opportunità di lavoro. Macao è stato il cavallo di Troia ebbene ora forse nessuno si è accorto che sono arrivati i soldati. Ma si sono dimenticate le armi perché senza l’aiuto delle penne poco si fa ormai ed è per questo che Macao non viaggia senza “comunicati stampa”.

Poteva essere una notizia con il segno più per la città, invece, ancora una volta, c’è solo un segno meno. La cultura continua a non fare notizia, mentre Macao sì perché rientra nella cronaca e la cronaca si sa non fa cultura.

Il Giorno riporta addirittura una dichiarazione di Boeri che dice: “Sono certo che Macao sarà con noi”.

Ma perché mai Macao non potrebbe essere altrove? Importa più di Macao o delle decine di associazioni che ogni giorno lavorano per la città investendo anche i propri quattrini? Nei 10 giorni di incontri all’ex Ansaldo l’assessore Boeri ha detto che vuole raccogliere idee. Ebbene si potrebbe partire prendendo ad esempio altre città Europee dove spazi dismessi vengono riqualificati dando opportunità ai lavoratori dell’arte già da anni. Forse potrebbe essere sufficiente assegnare, di sei mesi in sei mesi, spazi ad associazioni che operano in diverse parti della città in modo che possano avere un unico luogo di riferimento periodico in cui incontrarsi, sperimentare cose nuove in spazi più ampi e trarne visibilità e risorse. Tutti allora ne trarrebbero beneficio dal centro fino alla periferia e tutta la città attingerebbe da quel luogo una sorta di linfa vitale.

Non mi resta che affondare il cucchiaio in un gelato consolatorio, mentre penso ai cittadini di via Galvani che vedranno confermarsi un po’ di stereotipi come quello sugli artisti che possono permettersi i concerti in strada, tanto il loro non è un vero lavoro, che possono fare anche le occupazioni restando impuniti, anzi, addirittura desiderati. Penso anche a tutti quelli che sono stanchi di aver sentito troppe urla di piazza stile “Roma ladrona” per poi scoprire che oltre al dire che va tutto male non hanno cambiato nulla, poi penso alla demagogia e credo che qui la disillusione abbia però fatto un buon lavoro. Forse, in questo caso, non bisogna dire grazie a Macao, ma alla BCE.

Melina Scalise

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