Il 10 maggio 2012 a Spazio Tadini inaugura la mostra di Elena Cirella: Abbracci

 

A cura di Raffaella Aragosa


dal 10 al 26 maggio 2012 A SPAZIO TADINI:

ABBRACCI

 Inaugurazione giovedì 10 maggio ore 18,30, con proiezione video ideato da Leila Artese –

Spazio Tadini Via Niccolò Jommelli, 24, Milano.

L’artista romana Elena Cirella, allieva all’Accademia di Roma di Trotti ed Avenali, rappresentante di un filone figurativo che non si è mai esaurito nella capitale, si presenta, per la prima volta a Milano, con una doppia esposizione all’Associazione Culturale Renzo Cortina (dal 9 al 19 maggio) e allo Spazio Tadini (dal 10 al 26 maggio). La mostra Affioramenti accoglie opere prodotte lungo l’arco di un ventennio dalla prima maniera drammatica, espressionista, ancora nel solco di una tradizione iconografica sintatticamente organizzata, alla progressiva liberazione dall’inquadramento compositivo, per arrivare con il ciclo Cavalieri ad un linguaggio autonomo, personale, riconoscibile e decostituito; un ritorno agli elementi basilari del disegno nella ricostruzione attiva del nuovo.

Abbracci di Melina Scalise

 Angeli e demoni, re e regine, madri e figli, uomini e donne, bambini e madri gravide, personaggi infantili e scritte da murales di periferia si contendono il ruolo da protagonisti nelle tele di Elena Cirella.

I suoi lavori sono visioni, racconti onirici che rinunciano al bianco e al nero per riempirsi di colori puri, intensi e materici, tanto da imprigionare spesso i corpi e le figure. C’è sempre un verde, un rosso o un giallo in agguato che rompe lo sfondo, che cattura lo sguardo e lascia intravvedere una fonte di calore là dove serve, uno spiraglio di luce oppure un punto di fuga.

Proprio la luce ha un ruolo da protagonista nei sui lavori. Essa fa emergere dallo sfondo la figura, il suo corpo, la pelle, lo sguardo. Solo di rado è il segno a tracciare e contornare il soggetto che non è mai libero, è sempre un tutt’uno con il contesto, dal quale prende forma, si plasma e vi ritorna, a volte confondendosi, senza lasciare traccia.

Rispetto alle opere del primo periodo c’è un netto cambiamento del dinamismo e del cromatismo. Elena Cirella passa dalla staticità dei corpi e delle posture dai toni quasi monocromatici come il bianco, il nero e tracce calde giallo-arancio, al movimento a cui dà vita attraverso abbracci, fusioni di corpi, danze che si mischiano a segni e intersecano piani prospettici improbabili, onirici, che si vivacizzano con contrasti di colori primari, voluti chiaramente pastosi e impenetrabili.

Non c’è nulla di immobile e quieto nel sul racconto pittorico, specie, nell’ultimo periodo. C’è sempre una sovrapposizione di storie, c’è sempre un ghigno, una palpebra chiusa, un occhio smarrito, un urlo, un capo chino. Spesso l’immagine allude a un viaggio simbolico o reale come a cavallo o semplicemente mano nella mano con qualcuno che vuole portare qualcun altro in un altrove incantato che ricorda le fiabe dell’infanzia, che sa di caramelle e giostre, di principi e principesse dimenticate. Un mondo, quello di Elena Cirella, che inevitabilmente richiama l’attenzione sui rapporti affettivi, sull’amore con la madre, con il proprio uomo, con l’altro, ma anche verso se stessi  e la vita in una visione totalmente disincantata. Le tele tradiscono una ricerca continua di relazione con il mondo anche oltre i limiti della sua caducità. La morte è, infatti, un tema ricorrente nelle sue tele e vi si allude sempre. Altre volte invece è spudoratamente manifesta, con una bara o con uno scheletro che si mostra e si aggira tra gli uomini, a volte, sembra persino accogliente, fecondante di vita e spinge lo spettatore a frugare nei ricordi a cercare persone del  passato che non cessano mai di essere presenti.

L’abbraccio è il gesto più ricorrente nei dipinti di Elena Cirella. C’è il musicista nudo che abbraccia il suo sassofono, c’è uno scheletro che abbraccia mentre prende parte a una specie di macabro girotondo, c’è un angelo pronto ad avvolgere tra le braccia protettive chi ha lo sguardo perduto, c’è anche  il ventre pieno di una madre che abbraccia la vita e tutte le vite insieme.

I corpi delle tele di Elena sono un insieme di passato e presente, di sogno e realtà, di vita e di morte. Essi prendono consistenza solo quanto basta per esistere e spesso si compenetrano, figure dentro figure, come matrioske. Sembrano ricercare un cordone ombelicare perduto non solo con la loro madre, ma con Madre Terra, ovvero con tutto l’ambiente circostante la vita umana.

Nelle sue tele ci sono tracce e allusioni a sesso fecondante e generoso di vita, tanto quanto espliciti richiami alla morte e al dolore, ma i personaggi dei suoi dipinti non pare riescano a decidere se vivere o morire. I dipinti di Elena Cirella sembrano sempre incompiuti perchè rimane sempre un margine bianco, un colore da aggiungere, uno spazio da riempire, come un non voler mai porre fine alla storia e a quell’immagine del mondo e delle relazioni. Si cela sempre una via di fuga e si tiene sempre aperta la possibilità del cambiamento.

La visione d’insieme dei suoi lavori porta lo spettatore come a passare da un abbraccio all’altro, da quello della madre, a quello di un angelo, da quello della morte a quello di un principe. Un racconto vivo, pieno come la vita, a cui nemmeno a Elena Cirella, madre delle sue tele, può essere permesso di mettere un punto, ma solo di raccontare un frame.

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