Inchiostro per..Rodolfo Guzzoni

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IL 30 MAGGIO ALLE ORE 18.30 INAUGURA LA MOSTRA DI RODOLFO GUZZONI A SPAZIO TADINI IN SENO ALLA TRIPERSONALE:

FOGLI DI CARTA

Le cose non dette

di Melina Scalise

Un foglio di carta, un corpo di carta, un oggetto di carta, un soggetto di carta. Nei lavori di Guzzoni, acrilici su tela, lo sguardo dell’osservatore si posa su un pezzo di carta stropicciato che si eleva davanti agli occhi emergendo dal fondo come sospeso, in assenza di gravità.

L’oggetto è ingigantito e la scelta pittorica dell’artista ci costringe a guardarlo minuziosamente. E’ un corpo messo a nudo in ogni sua piega, in ogni suo minimo dettaglio. Il nostro sguardo diventa spietato, perché avido dell’infinitamente piccolo. L’occhio si insinua persino nelle pieghe, là dove l’ombra inghiotte la luce. Ma lì incontra l’ostacolo e si ferma. La ricerca del dettaglio viene abbandonata e si riconsidera l’insieme. Come con un cannocchiale, la nostra vista cambia fuoco e si riprende la distanza. Ecco allora che si riconsidera la forma, il suo complesso, il suo contesto e di lei si cerca l’esatta ubicazione, l’identità contestuale. Ci si domanda cos’è, chi è e perché. E’ in quel preciso momento che quel pezzo di carta diventa altro: da oggetto diventa soggetto. Le spigolosità delle pieghe proporzionali alla grammatura, grazie alla distanza, diventano più sinuose e le loro forme richiamano conseguentemente ad altre forme, altri movimenti, altre piegature, altri soggetti possibili. Magicamente il foglio bianco del quadro richiama alla memoria una nostra immagine già vista. Si anima. Come in un film prende inizio una sequenza. Ci parla. I fogli di carta di Guzzoni entrano in relazione con chi guarda. Non sono il racconto di qualcun altro scritto con l’inchiostro. Loro, i pezzi di carta, si esprimono in quanto forme anche senza contenere le parole. Si presentano al nostro cospetto e si distinguono per la loro individualità. Non lasciano andar via nessuno senza aver prima stimolato la sua immaginazione.

Perché quei pezzi di carta stropicciata, ingigantita sulla tela, sono uno diverso dall’altro, con una storia diversa plasmata dall’azione dell’uomo e non dal pensiero dell’uomo. Guzzoni, lavora ogni singolo pezzo di carta stringendolo in un pugno, poi seleziona i puzzle del suo racconto pittorico e immortala ogni singolo pezzo elevandolo da piccolo a grande, da oggetto a soggetto. La loro storia è incisa nelle loro pieghe, ma il loro senso è attribuito solo da chi guarda: prima dal pittore, poi dallo spettatore. E’ un po’ come dire che la storia di ognuno si compie solo se c’è qualcun altro che la osserva, altrimenti non avrebbe storia, non avrebbe tempo, non avrebbe corpo, non avrebbe spazio o forma alcuna.

“Le cose non dette” dice Guzzoni riferendosi alle sue carte. Non “dicono” solo le parole, ma anche le forme, i corpi e le azioni: si tratta solo di un altro linguaggio. L’insieme delle sue opere raffiguranti i pezzi di carta rappresentano una sorta di alfabeto, di abbecedario immaginifico e per questo immortalati senza essere soggetti alle forze di gravità, ma come sospesi per presentarsi a chi guarda.

Non c’è per Guzzoni tela bianca che tema il vuoto creativo, perché per l’artista non c’è foglio bianco che tema l’incertezza della penna per raccogliere un pensiero. La mano che ha stretto quei pezzi di carta evidentemente lo sa ed è per questo che li ritrae come se fossero autoritratti in chiaro scuro, perché ciò che interessa è l’ombra che ne dà plasticità, vita e storia, prima ancora di riempirsi dei colori dell’arcobaleno.

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