L’arte Ai tempi del Coronavirus di Renzo Ferrari

Ai tempi del Coronavirus ciclo pittorico di Renzo Ferrari, testo di Melina Scalise, video a cura di Renzo Dell’Orto.

Come l’uomo primitivo nelle grotte di Altamira raffigurava le scene di caccia per mantenere memoria di esperienze e appropriarsi simbolicamente dell’animale e della forza necessaria per combattere, così, Renzo Ferrari, in questo ciclo, “Al tempo del coronavirus”, esalta con la pittura lo stesso potere documentativo e propiziatorio.

Per questo artista, figlio della prima metà del 900, la pandemia da Covid 19 è diventata l’urgenza di raccontare la sua e la nostra battaglia quotidiana contro questo nemico venuto a seminare morte tra gli uomini, non senza porre una riflessione in chiave iconografica e simbolica. Sono dei lavori in simultanea, in diretta, una cronaca giornaliera di emozioni e considerazioni.

La sua narrazione comincia con il recupero di una figura significativa del nostro immaginario collettivo: la morte falciatrice. Nell’iconografia classica si presenta su un cavallo con in testa una corona e in mano una falce per sterminare popoli, potenti e anche rappresentanti religiosi. Tutti le soccombono senza discriminazioni di potere, religioni, etnie, età. Gli orpelli sono azzerati per essere “pane” per i suoi denti: corpi e basta. Tant’è, che l’artista, in alcuni passaggi rappresentativi del suo lavoro, associa il corpo al pane su un piatto simbolico che non è il corpo di Cristo, ma quello di tutti gli uomini identificati in una figura che Ferrari rappresenta con le braccia abbandonate lungo il corpo, come sopraffatto da un peso sulle spalle, inerme.

Se quella morte falciatrice ha una corona, certamente oggi è quella del Coronavirus, dalla cui forma deriva il suo nome. Renzo Ferrari gioca con la sua sagoma sul piano metaforico. In alcuni dipinti il ritratto del virus Covid 19 è associato a una margherita, altre volte, sembra tramutarsi in un sole. Aspetto non indifferente questa “mutazione” che conferisce al Coronavirus la ricerca di senso che tutti abbiamo comunque cercato sulla sua “venuta al mondo”. C’è chi non lo vede solo come uno sterminatore, ma anche come un giustiziere, ovvero come lo strumento di cui la Natura si è dotata per punire gli uomini perché non hanno saputo rispettarla e prendersene cura.

Altri ancora, vedono nel Coronavirus lo svelamento, la luce, per cui, nelle pitture di Ferrari il virus si tramuta in un Sole, quello che, per alcuni, porterà nuove consapevolezze e forse offrirà agli uomini la chance di un mondo migliore, più a misura d’uomo e meno a misura delle sue ambizioni.

Renzo Ferrari Ai tempi del Coronavirus

Ferrari, come un giornalista, usa dei taccuini, per annotare i suoi percorsi narrativi tra parole e figure. Attinge, come sempre nella sua ricerca artistica, dalla realtà per poi tradurre, non senza senso critico, il suo elaborato emozionale ed onirico.  

E’ una pittura impegnata quella di Ferrari. Un lavoro che non cerca “il bello” armonioso, ma vuole rappresentare il mondo con le sue contraddizioni e contaminazioni. E’ un mondo che è fatto di fuori e di dentro ovvero del reale e dell’elaborato interiore che, a sua volta, lo modifica. In questo momento pandemico l’onirico prende il sopravvento, l’uomo è nella sua casa, nell’ombra, lontano dagli altri, in un suo mondo che rischia di inghiottirlo e, metaforicamente, è lontano dalla luce, da quella luce che entra solo dalle finestre. Ed è così che lo dipinge Ferrari, seduto, contemplativo, inerme, passivo.

Nei suoi disegni si vede l’uomo immerso in questa angoscia, in questa attesa e timore della fine dove gli uni con gli altri si ascoltano il petto, attenti ai respiri, a scacciare demoni e paure, vicini a finestre o davanti a televisori per vedere e ad ascoltare quel mondo che credevano appartenesse loro per diritto. Ferrari ci ricorda come in queste situazioni emergono debolezze e povertà richiamando eroi come Spartacus che condusse la rivolta degli “ultimi”. La malinconia ci pervade, il desiderio di ciò che avevamo, forse,  è perduto per sempre. A Ferrari vengono in mente i paesaggi deserti di De Chirico, ovvero, le città vuote dove ci sono solo le cose a testimoniare la storia di chi c’era, il tempo perduto. Tutto diventa archeologia, avrebbe detto un maestro della pittura italiana, Emilio Tadini.

Renzo Ferrari Ai tempi del Coronavirus

Altra figura iconica e simbolica ricorrente in questi lavori di Ferrari è l’uomo mascherato con il becco. Si tratta della “divisa” dei medici nei tempi della peste. Si vestivano con una lunga tunica nera, guanti e una maschera a forma di becco all’interno della quale inserivano erbe con presunte proprietà filtranti e igienizzanti. Il suo richiamo alla memoria, oggi, “Al tempo del coronavirus” è per Ferrari il suggello di un ritorno, lo spettro delle pandemie ricorrenti nella storia dell’Umanità.

Renzo Ferrari Ai tempi del Coronavirus

E’ un ritorno al passato che lo porta a riflettere sull’eterna e ricorrente lotta dell’uomo contro le avversità e lo conduce all’origine della pittura e alla ricerca del mistero. Ovvero lo porta a riprendere in considerazione il distacco tra l’umano e il divino tra l’eterno e il caduco che i pittori hanno esaltato attraverso il “memento mori” e la natura morta, stilleben, come cita Ferrari in questi e in altri suoi lavori artistici.

Noi, gli uomini con il nostro mondo mortale al di quà, mentre da qualche altra parte la vita va avanti nella sua sacralità. Ferrari propone, anche in questa serie, alcune opere con la natura morta dove ricorrono i teschi, ma anche dei limoni.  Singolare, in particolare, l’opera con i due limoni in primo piano che, come su un altarino quattrocentesco, sono posti a simbolo di amore e salvezza riferiti alla sagoma dell’uomo che soccombe inerme alla pandemia come se fosse corpo sacro.

Ebbene il sacro in queste opere è la vita stessa, è la vita dell’uomo, non quella dei santi. Qualcuno, sembra dirci Ferrari, ci guarda, come nell’opera che cita Armageddon, o quella in cui angeli sterminatori e diavoli entrano nello spazio dell’uomo e lo sconvolgono. Invadono le case e capovolgono – non a caso – la figura femminile che è sempre presente nei lavori di Ferrari. Lei, personificazione anche della Natura è raffigurata sempre vicina alla vita, ma in questi disegni e dipinti sembra perdere il suo potere fecondante. Si presenta costretta in un busto fino al seno e violentata da diavoli e si trasforma nel simbolo dell’alto potere riproduttivo del virus che uccide.

Tornerà l’Uomo a riprendersi il suo mondo? Forse non è un caso che nella serie, Renzo Ferrari abbia voluto includere alla fine un lavoro del 1963 intitolato Albero fiorito. Un albero blu da cui filtra un giallo che allude alla luce. Ecco, la luce arriva. Forse, però, solo se riusciremo a vedere ciò che Ferrari ha sempre visto e detto con la sua pittura, ovvero se sapremo guardare non gli occhi della spiritualità e non della tecnica.

Melina Scalise

Renzo Ferrari