Origami tra arte e scienza

L’origami è un termine che deriva da parole giapponesi ovvero dalla composizione di ori e kami, che significano piegatura e carta: ergo piegatura della carta. Il suono della parola Kami, significa anche dio, divinità. Questo aspetto è particolarmente suggestivo perchè attribuisce all’origami anche una valore spirituale.

La piegatura della carta è un’arte antica che non è solo tipica del Giappone. Si piegava la carta anche in Europa, in Spagna, in Germania e, in questi paesi, in particolare, si utilizzava questa tecnica a scopi ornamentali. I termini utilizzati erano diversi, ma oggi abbiamo tutti adottato il termine giapponese Origami.

Questa scelta può avere un senso innazitutto attribuibile alla maggiore diffusione della pratica della piegatura della carta in Oriente. Ritengo si tratti di una modalità espressiva e artistica in linea con la cultura orientale che denota un rapporto con l’oggetto diverso da quello occidentale. Nella nostra cultura siamo più possessivi, vogliamo che gli oggetti abbiano una lunga durata. In Oriente no: le filosofie orientali insegnano il distacco dalle cose. Pensiamo ad un mandala, al lungo lavoro di meditazione necessario per realizzarlo e al suo fine ultimo: essere distrutto per versare la sabbia colorata raccolta nel fiume. Un gesto simbolico che restituisce il lavoro e la produzione dell’uomo al fluire delle cose, al ritorno al ciclo naturale che contempla anche la morte e la transizione.

Abito origami di Daniela Cilurzo, mostra Origami tra arte e scienza Casa Museo Spazio Tadini

Prendendo in considerazione questi aspetti si comprende meglio come mai l’origami si sia diffuso prevalentemente in Giappone. Lì si accetta tutta la fragilità della carta, tutta la sua leggerezza e la grandezza espressiva data dalla semplicità del gesto. Nella nostra cultura, invece, un’opera su carta ha un valore commerciale nettamente inferiore rispetto ad un’opera artistica su tela o su legno e tendiamo a dare un valore importantissimo alla sua durata.

Con l’origami assistiamo a un lavoro di raffigurazione della realtà che è diversa dalla pittura, dalla fotografia, dalla scultura etc.

Origami modulari di Silvana Fusari

L’origamista è un artista (ricordiamo che arte è una parola che significa arto, ovvero fatto con le braccia, con la mano), che lavora esclusivamente con le mani (è rigorosamente artefice senza alcun mezzo intermediario). Inoltre, non si limita alla rappresentazione della forma, ma entra nella logica della forma per tradurla in una sorta di linguaggio intermedio tra ciò che la definisce nella sua regola matematica e ciò che appare ai nostri occhi.

Si tratta di un processo che, in pratica, analizza la logica matematica che sottende la forma, è come se l’origamista cercasse di scoprire il processo strutturale che sottende ogni forma visibile, una ricerca espressiva che potrebbe essere interpretata come una sfida con un creatore della forma. Un creatore che non è l’uomo, ma la natura o il divino. Pertanto questo attribuisce un valore al senso spirituale della piegatura della carta.

Se riflettiamo su questo aspetto, ogni forma visibile o tangibile è il risultato di una funzione matematica. Ogni forma corrisponde a una funzione. Ogni forma è un insieme di numeri. Ciò che appare dunque è l’espressione di un qualcosa di astratto e di invisibile che dà struttura. Spinoza, per esempio, diceva che tutta la geometria si basa sull’intuizione del punto che noi non vediamo e di cui abbiamo immaginato solo l’esistenza.

Serena Cicalò davanti alla spugna di Menger mentre spiega la tecnica da lei scoperta per realizzarla – Mostra Origami tra arte e scienza

Se tutte le forme sono numeri esiste dunque una radice numerica comune a tutte le forme. Di conseguenza ogni cosa a cui attribuiamo un nome in realtà è un numero. Questo mi fa pensare a Liebenz, grande filosofo e matematico che voleva costruire un alfabeto universale.

Se associamo queste riflessioni a rapporti tra lettere e numeri già esistenti come l’ebraico per cui ogni lettera dell’alfabeto ha un corrispettivo numerico, è incredibile come si evidenzi l’importanza stretta tra i nomi, i numeri e le cose. I nomi delle cose sono il codice condiviso di un significato che riporta a un numero.

Gli origami si sviluppano su procedure di composizione della forma che applicano regole ridondanti. Pensiamo ai frattali. Pensiamo che nella ridondanza si fonda anche il nostro apprendimento come la coazione a ripetere. Nella costruzione della struttura del pensiero c’è forma e numero.

Utilizzando l’origami non solo per rappresentare il mondo circostante, gli animali, i fiori, etc, ma anche i pensieri, gli stati d’animo, scopriamo come alcuni artisti origamisti si stanno prodigando nel dare visibilità a strutture linguistiche concettuali. L’origami pertanto può rendere visibile la forma che esprime un concetto linguistico, un pensiero.

L’origami di fatto rende visibile l’invisibile.

Esistono tecniche di origami che introduco anche variabili di piegatura casuali come il crampling. In questo caso il foglio viene piegato e stropicciato. Ebbene il risultato di questi origami porta a un fenomeno straordinario. Alcune forme come i funghi, per esempio, vengono riprodotti in modo così fedele che alcuni ricercatori hanno dimostrato che funghi-origami, posti accanto a funghi veri vengono colonizzati dagli stessi animaletti.

Fungo realizzato in esercitazione con la tecnica del crumpling

Questa costruzione della forma in cui si introduce la variabile casuale ci porta dunque a far somigliare la forma della cosa alla “cosa organica”.

Una riflessione interessante scoprire quanto la variabile indipendente e casuale abbia, di fatto, permesso alla specie la sopravvivenza e l’evoluzione. Quando il rigore e il controllo razionale si smorza e subentra l’imprevisto nasce un fiore più vicino al vero. E’ come scoprire che solo la casualità possa portare la vita.

Pensare che tutte queste riflessioni possano nascere da un gesto così elementare con piegare un foglio ha un che di straordinario.

Scopri la mostra Origami tra arte e scienza svoltasi alla Casa Museo Spazio Tadini nel 2018 a cura di Melina Scalise e Francesco Tadini

Melina Scalise, vietata ogni riproduzione senza citare la fonte.

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