Il matrimonio oggi tra tradizione e..rivoluzione

Fotografia di Carlo Carletti in mostra a Spazio Tadini fino all’8 aprile 2016 a cura di Federicapaola Capecchi

Fino a circa trentacinque anni fa, la cerimonia di matrimonio in Italia era caratterizzata da momenti precisi e irrinunciabili: la sposa in casa nel momento della “vestizione” a simboleggiare l’abbandono della casa paterna, l’arrivo in Chiesa con lo sposo che aspetta all’altare e il “passaggio di consegne” in cui il padre affidava la sua “bambina” ad un altro uomo, il bacio davanti all’altare immortalato dalla celebre frase del prete che “autorizzava” all’unione sessuale “ora puoi baciare la sposa”, il banchetto, la foto con gli invitati, i paggetti e i confetti a simbolo di fertilità e buoni auspici.

Un canovaccio temporale e simbolico che rispecchiava i valori sociali condivisi dell’epoca e la fotografia di matrimonio non ne poteva prescindere sia per documentare il giorno del Si, sia per valorizzare lo status sociale delle famiglie che si univano. Erano i tempi in cui il matrimonio era ancora quella tappa fondamentale non solo per la costituzione della famiglia, la “sistemazione” dei figli, ma era vissuto come momento indispensabile per la realizzazione della persona, tanto che spesso il matrimonio si accettava che fosse persino programmato a tavolino in un patto tra famiglie pur di non rimanere soli. Negli anni 60 non c’era pubblicità che rappresentasse la famiglia senza che ci fosse in primo piano una ripresa con la fede al dito.

Oggi il matrimonio non è più una tappa obbligata. Non lo è per la costituzione della famiglia, per avere dei figli, per sentirsi realizzati in società. La donna che non si sposa entro 30 anni non è più chiamata spregevolmente “zitella” (da tedesco titze mammella, in italiano zita e quindi giovane ancora da accoppiare). Gli uomini non sposati non sono più “scapoli” (dal latino ex- fuori capulum cappio: fuori dal cappio) e quindi liberi da vincoli o come intendevano i pastori abruzzesi con questo termine sfuggire dall’impegno di badare al gregge. Oggi chi non ha un compagno o una compagna è, a prescindere dal sesso, “single”, perfetto termine inglese che permette di non caratterizzarne il genere quasi a presagire che la coppia contemporanea che si unisce in matrimonio può contenere più variabili sessuali. La donna single è spesso dedicata alla carriera e non per questo significa necessariamente che abbia rinunciato alla maternità avendo la possibilità di mantenersi economicamente (“io sono mia” dicevano gli slogan femministi negli anni ’70). In altri casi alcune donne diventano single dopo matrimoni o convivenze finite il cui sostentamento, se ci sono dei figli, nella maggior parte dei casi, rimane quasi prevalente a pesare sull’ex marito. Oggi gli uomini separati o divorziati con figli spesso alimentano in modo sostanziale la fascia sociale dei nuovi poveri fino a vivere ai margini sociali perdendo la possibilità di rifarsi una famiglia. La legge sul divorzio in Italia non ha ancora trovato un’applicazione equa di rispetto della coppia genitoriale e degli obblighi verso i figli garantendo la bi-genitorialità e questo nonostante i richiami dell’Unione Europea. Gli uomini forse, nell’immaginario collettivo della nostra cultura, continuano ad essere visti come coloro che “sfuggono” ai loro doveri, appunto tendenti ad essere perennemente “scapoli” tanto da doverli costringere a ricordare loro di essere padri e mariti attraverso la legge.

Dal 1970, da quando è stato istituito il divorzio in Italia e dal 1981 quando fu abolito il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore” il picco più alto di separazioni e divorzi è stato raggiunto, secondo i dati Istat, nel 2011, quando, su cento coppie sposate, hanno fatto da contraltare 43,4 separazioni e 26,3 divorzi. Il maggior numero di divorzi si registra al Nord tanto quanto di unioni civili. Nel Sud permane il matrimonio religioso e tradizionale. Di quest’anno è, invece, l’approvazione del decreto legge Cirinnà che regolamenta le unioni civili anche omosessuali, che vorrebbero il matrimonio tradizionale, e per i quali si prevedono identici doveri di convivenza, assistenza morale e materiale, ma non il dovere di fedeltà riservato comunque alle coppie etero, forse a tutela della sicurezza della paternità anche se il matrimonio non è più la sede privilegiata in cui procreare.

Il paradosso è che mentre gli etero sfuggono all’idea del matrimonio, gli omosessuali, paradossalmente lo cercano a tutela di un’unione, anche sessuale, che non vede più come scopo, a maggior ragione nel loro caso, la procreazione, ma la creazione. In questi due termini è in qualche misura racchiuso il nuovo senso anche della genitorialità che perde la radice biologica del pro-creare per esempio si dice Dio è creatore e non “procreatore” ovvero genera a prescindere dalla sua origine o appartenza biologica.

E’ una nuova era del matrimonio, è una rivoluzione dei rapporti affettivi. L’unione sessuale non diventa più autorizzata solo nel matrimonio e non è più legata alla procreazione, ma al soddisfacimento personale. I figli diventano il frutto dell’individuo e non della coppia. Paternità e maternità tendono ad essere una scelta anche avulsa dall’atto sessuale e la vita affettiva di relazione si fonda sull’amore reciproco ove la differenza sessuale non è più una condizione indispensabile.

MOSTRA A SPAZIO TADINI SUL MATRIMONIO

 

Melina Scalise

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