Divide et impera: l’elogio del grigio

“Divide et impera” cito: “dividi e comanda è una locuzione latina che indica una strategia politica e militare mirata a mantenere il potere dividendo i rivali o i sudditi, fomentando discordie per impedirne l’unione. Attribuito storicamente a Filippo II di Macedonia o ai Romani, il concetto si applica anche in informatica come paradigma algoritmico”.

Il clima in cui si vive oggi è questo. Tutti a caccia di un nemico. La verità però sta sempre nel mezzo. La simbologia ci dovrebbe far riflettere. La giustizia è rappresentata da una dea che tiene in mano, in primo piano, una bilancia. Questa è in equilibrio, è la cosa che si presenta prima del suo corpo, come se il corpo, con la sua carnalità, il suo essere sanguigno, venisse messo da parte. E’ una donna, portatrice potenziale di vita, di futuro: quella giustizia può garantire la vita. Il suo piede poggia su un libro: la sapienza, l’esperienza, la cultura. Lo sguardo è bendato, le resta il tatto, il sentire (avverte l’altro da sé, il diverso, il potenziale nemico), del suo corpo resta la seduzione: abbiamo desiderio di giustizia. Il peso della bilancia è in equilibrio. Il peso della spada è azzerato perchè poggia a terra. La dea sorride di fronte a ciò che non vede. E’ difficile vedere il giusto: il giusto si immagina. E’ difficile vedere la pace nella guerra, nella rabbia. Sa che che ci sarà sempre un conflitto in agguato, ma la giustizia sa cosa sostenere, usa l’energia per sollevare il braccio della bilancia simbolo di equilibrio, convivenza, accettazione del limite. La democrazia è quel fragile equilibrio. Non è mai stabilità, ma bilanciamento. Chi crede di essere più giusto sbilancia e si alza la spada. Chi crede di essere più giusto sbilancia e si alza la spada.

Riflettiamo dunque sul valore del Grigio

Grigio

Il mondo non rotola
nel cielo scontrandosi con le stelle.
Non corre su ruote sulla via Lattea
guardando dal finestrino le galassie.

Il mondo gira, in equilibrio, 
nell’azzurro del cielo, 
nel bianco e nel nero 
tra il giorno e la notte,
tra un c’ero e non c’ero.

Oscilla? Ci prende in giro?

E già... perchè tutto questo gran parlare, studiare, 
cercare di capire se sia l’uno o l’altro mondo
di bianco o di nero
d’odio o d’amore vero
di brutto o di bello,
di un prima o di un dopo,
di destra o di sinistra 
ci stanca pure la vista. 

E’ nel mezzo che si consuma il gioco
Come un palleggio, 
come una danza, 
com’era quel girotondo che faceva sempre cascare il mondo.

Abitiamo la differenza, lo spazio della distanza
è là che si rischia di fare il passo più lungo della gamba.
Il buco nero è sempre in agguato
E se ci pensiam bene, il pozzo senza fondo tutti l’abbiamo immaginato.
Chissà se non l’abbiamo anche già provato…

Siamo vivi nel mezzo e non ce ne accorgiamo
Tra ieri e oggi ci consumiamo
Ci illudiamo di poter riconoscere il bianco e il nero, 
e non ci par vero
ma è così che perdiamo tempo e lo dico sul serio.

Godiamoci il grigio, ordunque felici,
Quello del legno consumato dal fuoco
Tra la morte e la vita, prima che la partita sia finita
Scivoliamo sfumati, spennellati
Su tele tessute per desideri 
senza preoccuparci di cucirci pensieri.

Siamo tutti a digiuno di scelte perfette
E tutti affamati di mondi squadrati
Che però restan tondi come le teste
A rotolar su cuscini 
finchè siamo vivi 
Cercando pur sempre notti serene
senza chiese e senza preghiere.

Una stella che cade…
una luce che scende…
un buio che sale…
e mai più ridiscende.

(Melina Scalise. vietata riproduzione del testo poetico senza autorizzazione)


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