Inchiostro per….Mera

Mi racconti…..

Mera ha la straordinaria capacità di cogliere l’anima delle cose. Se l’anima è ciò che eleva l’oggetto dal suo contesto temporale e ne fa salva la sua essenza, Mera, con straordinario rispetto degli oggetti che trova, senza alterarne assolutamente la forma originaria, li riporta a nuova vita e li incammina verso un nuovo rapporto con l’uomo. Ogni sua scultura rappresenta la somma delle parti, ma ogni parte mantiene il suo senso e soprattutto la sua storia.

In Mera l’oggetto utilizzato per il suo lavoro artistico non viene svuotato di senso, né è uno strumento dissacratorio come lo era per i Dadaisti. Al contrario, gli oggetti volutamente mantengono la loro fisionomia, la loro riconoscibilità, la loro identità e il loro racconto. Si tratta spesso di strumenti appartenuti alla realtà contadina della Valtellina, la sua terra. Attrezzi spesso da lavoro di cui le nuove generazioni non hanno conoscenza e Mera, attraverso la sua ricerca e il suo lavoro artistico, ne mantiene la memoria e il rapporto con l’uomo.

In una realtà contemporanea dove la relazione con gli oggetti è sempre più usa e getta, Mera è come se volesse restituire dignità ad alcune cose in particolare. Il suo lavoro artistico non ha nulla a che fare con l’ecologia ambientale, ma semmai con una sorta di ecologia economica. La sua ricerca è verso quei semplici attrezzi di cui l’uomo si è fornito per lavare i panni, per rompere la zolla, per lavorare, il ferro o il legno. E’ nell’anima di quelle cose che trova ispirazione, è nell’anima degli oggetti del “fare”,  che per lui hanno il pregio di aver “fatto l’uomo” e di aver costruito i basamenti del nostro presente, che Mera cerca una nuova forza espressiva, come se cercasse un nuovo senso al lavoro dell’uomo. Mera, quei vecchi attrezzi, li trasforma in animali, in personaggi, a volte vi compone scene di relazione come due cerniere di vecchi portoni, una grande e una piccola, che, semplicemente posate aperte su un asse di legno, sembrano un adulto e un bambino intenti a parlare e Mera intitola: “Mi racconti…..”.

Ma cosa c’è dentro quel racconto? C’è spesso la dipendenza dell’uomo da quelle cose, un rapporto inverso rispetto a quello a cui siamo abituati oggi. Ma c’è anche la vita dell’uomo stesso raccontata dalle cose, come l’attrezzo che si trasforma in un cane e sta accanto al suo padrone che esiste in quanto egli stesso è il risultato di un insieme di cose. Cose concrete. Una concretezza che Mera esprime anche dalla scelta dei materiali che compongono le sue sculture costituite prevalentemente da metalli e legno.

Il lavoro di Mera è un lavoro di pazienza e di un positivo rapporto con il tempo. Non ha nulla a che vedere con i tempi veloci e frenetici della vita moderna. I suoi lavori artistici sono il risultato della ricerca di compagni di viaggio di un oggetto principale su cui cade la sua attenzione. Con pazienza aspetta di trovare altre cose con cui accostarlo. A volte rimane nel suo laboratorio per anni e poi, all’improvviso, restituisce vita a un vecchio martello trasformandolo nel corpo snello e fiero di un cigno. Mera, come un abile maestro d’orchestra, quando trova gli strumenti giusti li fa suonare e raccontare insieme  con sorprendente equilibrio ed eleganza, dando a chi guarda un’emozione che lo coglie di sorpresa quando poi vi riconosce il suono dello scalpello e il rumore sordo della zappa.

Melina Scalise

 

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