Inchiostro per…Andrea Mazzola

“Vanno, vengono, ogni tanto si fermano” diceva il cantautore De Andrè parlando delle nuvole, mentre Alessandro Baricco  in “Oceano Mare” scriveva  “Vanno, vengono, ritornano e magari si fermano tanti giorni” e ancora “i nomi vanno vengono, si confondono: a volte significano individui a volte ectoplasmi, oppure maschere..”.

“Vanno.. vengono”, è diventato quasi un tormentone della nostra generazione, di questo periodo storico caratterizzato da un continuo movimento e mutamento di cose, persone, situazioni. Andrea Mazzola dipinge gli involucri che contengono le cose che vanno e che vengono, che a volte si fermano e a volte ritornano. Non ci sono nuvole ad evocare il flusso dei pensieri e non ci sono onde del mare a simboleggiare persone e situazioni. Non c’è nulla di riferito alla Natura nella raffigurazione del suo movimento del mondo: tutto si riconduce al lavoro dell’uomo e alla sua organizzazione nella movimentazione delle merci.

Mazzola non lascia intravvedere mete, non lascia intendere contenuti, i suoi dipinti sono un primo piano su bidoni, casse, cartoni, container nei quali potrebbe esserci di tutto. A chi guarda si lascia il piacere della scoperta, dell’indizio, del messaggio nascosto, della soluzione possibile di un  “giallo”, oppure il disagio dell’impossibilità di intuire un destinatario, un senso, un contenuto.

Le sue tele non lasciano intravvedere orizzonti, gli involucri riempiono ogni centimetro della tela, coprono le distanze, si allineano in prospettive senza vie d’uscita, avvolgono e circondano l’osservatore. Non esiste spazio per il paesaggio naturale, né per quello antropizzato.

Il colore è deciso, accesso e con forti contrasti, quasi chiassoso. Le ombre, a volte, si perdono e segni – come incisioni – marcano i perimetri, caratterizzano le differenze: non c’è mai la figura umana nella sua interezza. Ci sono i manufatti e i dettagli delle mani dell’uomo.

Dove vanno, da dove arrivano quelle quantità industriali? Sono merci indispensabili per la sopravvivenza? Mazzola non vuole che chi guarda i suoi dipinti si distragga, ma che lo sguardo si volga  esclusivamente a quegli involucri. In questa forzatura l’osservatore, dopo un primo riconoscimento dell’oggetto raffigurato, scopre di possedere un racconto, un libro di ipotesi, un archivio di notizie dimenticate su container, barili, scatoloni, cataste di merci. Traffici illegali? Merci ferme al porto per gonfiare i prezzi e favorire speculazioni finanziarie? Medicinali scaduti per i bambini del terzo mondo? Clandestini o schiave del sesso nascoste nella stiva di una nave?

Tutto potrebbe essere e non essere, ma l’unica cosa certa è che il mondo che Mazzola descrive è fatto di incognite, che tutto ciò che oggi si muove da un capo all’altro del mondo è governato da un andare e venire di merci, gestite da un mercato a volte spietato di cui la gran parte delle persone sono semplici ed ignari spettatori.

In questo scenario, dove le nuvole di De Andrè e le onde di Baricco sono metafora del cambiamento, i barili e i contanier di Mazzola parlano di un avvenuto cambiamento a cui l’uomo ha attribuito un senso sempre più commerciale. Un viavai dove le persone sono trattate come cose, dove l’immigrazione diventa problema economico e non di diritti umani, mentre nella quantità si dimenticano i nomi di cose e persone. Un mondo dove i paesaggi perdono le nuvole e, a volte, le onde del mare rallentano per i barili di petrolio che cascano negli oceani.

Melina Scalise

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