L’era del climaterio

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Con l’allungamento della durata della vita la nostra epoca storica si contraddistingue come l’era del climaterio ovvero con il maggior numero di persone che vive senza o quasi possibilità di procreazione.

L’aspettativa di vita è più lunga per le donne che cessano completamente la possibilità di avere figli, mentre gli uomini, potenzialmente, possono avere potere di procreazione più prolungato rispetto alla donna e a prescindere dalla loro possibilità di compiere l’atto sessuale.

In questa epoca storica, questa variazione temporale della durata della vita costringe l’uomo a relazionarsi con un corpo che per metà dell’arco della sua vita perde la funzione riproduttiva biologica e si pone un problema di identità psico-fisica e sociale, nonché ripropone una riflessione sulle diversità tra i sessi.

Fin dall’antichità tutta la cura del corpo era concentrata sulla riproduzione. Il ruolo del corpo era principalmente concentrato su questo. Pensiamo all’organizzazione sociale in cui la donna veniva fin da bambina educata a preservare la verginità e alla fedeltà, in cui il corpo della donna era al servizio dell’uomo e alla sua azione riproduttiva. L’aborto legalizzato ha rivoluzionato il ruolo del corpo femminile nella società rendendolo di proprietà innanzitutto dell’individuo, della donna. Concetto ancora dibattuto e che pone l’attenzione sul ruolo sociale del corpo e sul suo valore etico.

Interessante la riflessione di Elena Mora, giornalista autrice di “Menopausa più vita”, Cairo Editore circa il fatto che quando una bambina ha la prima mestruazione si dice che “diventa donna”, ma quando perde le mestruazioni cosa diventa? Esiste un vuoto terminologico che in altri paesi, come riporta l’autrice, è “essere senza uova”. Quasi disumano, direi. Ma analizziamo i termini che ci appartengono. Se climaterio deriva dalla parola greca “gradino” , alludendo ad un momento difficile, menopausa deriva dalla composizione di due termini greci “mese” e “cessazione” (ergo cessazione del ciclo mestruale), termine che tuttavia suona nella nostra cultura come pausa (ovvero una sorta di attesa a che cosa? Non certo alla vita) e “meno” che indica una condizione di minus e tanto evoca la parola menomazione. In sintesi la terminologia identifica questa fase della vita come l’attesa della morte in uno stato di progressiva “menomazione”.  Il solo pensare a questo senso diffuso attorno alla parola menopausa è ben comprensibile il senso di fuga, di rifiuto, di afflizione con cui viene vissuta dalla maggior parte delle donne e anche degli uomini a cui è toccata un’”andropausa” a cui, non trovandoci in assenza di un mese è stata tolta loro il senso di essere uomini.

Tuttavia questo periodo copre circa 40 anni della nostra vita media. Se consideriamo che dalla nascita ai 12/15 anni non siamo “riproduttivi”, che da quell’età ai 50/55, ovvero per circa 40 anni lo siamo e per altri potenziali 40 (in relazione all’aspettativa di vita) non lo siamo più (in media 50 anni senza possibilità di riprodursi), non si capisce perché, ancora oggi dobbiamo vivere la cosiddetta menopausa come un vuoto, come un’assenza e non come una presenza, quella essenziale, che ci accompagna fin dalla nascita: il corpo.

Il corpo infatti è il vero tabù della nostra cultura. L’educazione alla conoscenza del corpo nella sua interezza è ancora a venire. La rivoluzione sessuale degli anni 60 ci ha concentrati ad una conoscenza, liberazione ed esaltazione delle potenzialità espressive sessuali del corpo scindendolo dalla stretta funzione riproduttiva. Oggi manca un’analisi di tutte le altre sfaccettature espressive e di piacere che ci regala il corpo ogni giorno in quel misterioso rapporto che esiste tra mente e corpo, il cui piacere, come ci insegna soprattutto il corpo femminile, non deriva solo dalla zona genitale.

L’identità sessuale che oggi viene messa in discussione a dispetto dell’evidenza del corpo è il chiaro segnale che dobbiamo porci in modo nuovo rispetto ad esso. Dobbiamo ripensare a un dialogo tra mente e corpo a un modo attraverso il quale “ascoltarlo” nella sua naturalezza che comprende tutte le fasi temporali della sua esistenza dall’infanzia fino alla maturità.

Il culto del corpo come puro involucro, con una chiara concentrazione alla sua funzione “estetica” (quindi ancora troppo legata alla funzione seduttiva), non è esattamente quanto di più sano possiamo fare per la nostra salute psicofisica.

Credo si debba affrontare questa fase storica di grandi cambiamenti sociali- economici e politici come una nuova era di riflessione sul corpo, sui suoi tempi, ritmi e bisogni trasformando la “menopausa” in  una “climaterio” produttivo.

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